Giornalismo di moda: meno parole, più soggettività.

Vi è mai capitato di leggere qualche articolo di moda scritto da giornalisti più o meno del settore? Non importa che sia un pezzo preso da un quotidiano o da una rivista specifica, poiché quello che voglio farvi notare è presente in entrambi i casi.

Il giornalismo di moda non è per nulla oggettivo. Non è altro che una celebrazione dello stilista o della sfilata, neanche due parole di commento personale, o, se ci sono, sono smodatamente smielate. Sempre le stesse: “la collezione più bella/riuscita di sempre” “*tizio* è sempre il migliore”.

E’ giusto pensare che il giornalismo debba essere oggettivo perché debba fare cronaca, ma stiamo parlando della moda, che è la cosa più soggettiva al mondo, è impossibile pensare ed ipotizzare che a chiunque piaccia Armani o Chanel, ed è giusto così, perché ognuno ha un proprio gusto e deve manifestarlo.

E allora manifestiamolo, se non ci piace una sfilata va detto, anche perché così gli stilisti si rendono conto che non sono gli dei della moda ma semplicemente gli architetti, poiché il posto di prestigio spetta solamente agli abiti. Se Viktor e Rolf presenta una collezione che tutto è fuorché Haute Couture bisogna dirlo e non bisogna spostare l’attenzione sul fatto che è stato uno show coinvolgente e teatrale, nell’alta-moda serve la sostanza, perché il prodotto non deve essere venduto quindi non c’è bisogno che venga “servito” bene. Basti osservare l’alta moda di Givenchy, che non sfila ma che viene presentata su dei manichini all’interno della maison.

Il problema a mio avviso sta nel fatto che gli stilisti e i giornalisti di moda sono sui due piatti opposti della bilancia ed hanno lo stesso peso, ma ignari di questo, si temono gli uni con gli altri, e per una questione di vantaggio personale o meno cercano l’equilibrio dietro un velo di buonismo. Franca, Anna, Emmanuele, se non vi piace uno stilista o una collezione ditelo, scrivetelo invece di affossarlo senza un motivo apparente. Perché non è vero, come sostenete voi, che Vogue deve vendere il prodotto, Vogue deve solo presentarlo al pubblico, che a venderlo ci pensano già le 200 pagine di pubblicità presenti nella rivista.

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